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Aggiornamento: 2 ago 2025



Importanza integrazione Vitamina D per gli sportivi nel periodo invernale

Per gli sportivi è importante garantirsi un corretto apporto di micronutrienti, perché con l’attività fisica ce n’è più bisogno e una loro carenza potrebbe inficiare la prestazione sportiva.

Una delle vitamine più importanti in ambito sportivo è la vitamina D, detta anche “vitamina del sole”. Infatti il nostro corpo può produrre vitamina D quando la pelle viene esposta alla luce solare. Tuttavia, soprattutto in inverno, è facile ritrovarsi in carenza di vitamina D.


Funzioni

La vitamina D è una vitamina liposolubile molto versatile. Oltre a favorire l’assorbimento di calcio e di fosforo, essa offre anche numerosi benefici specifici per gli atleti:

  • Favorisce la salute delle OSSA;

  • Mantiene i MUSCOLI FORTI;

  • Contribuisce alla CONTRAZIONE MUSCOLARE;

  • Migliora la COORDINAZIONE;

  • Facilita la RIPARAZIONE MUSCOLARE.


Vitamina D: in quali cibi

Esistono due principali forme di vitamina D: la vitamina D2 e la vitamina D3.

L'INTEGRAZIONE DI VITAMINA D3 E' LA FORMA PIU' EFFICACE e facilmente utilizzata dal nostro corpo. Può essere prodotta dalla pelle quando viene esposta alla luce solare. La vitamina D3 è anche presente in alcuni alimenti come:

ALIMENTO (100 G)

VITAMINA D (UG)*

Olio di fegato di merluzzo

250

Aringa

30

Tonno

16.3

Pesce spada

11

Acciughe

11

Carpa

10.6

Trota

10.6

Palombo

9.1

Salmone

8

Storione

8

Vongole

4

Funghi porcini

3.2

Uovo di gallina

1.7

*1 UI (Unità Internazionale) = 0,025 µg di calciferolo; 1 µg di calciferolo = 40 UI di vitamina D

Banca Dati di Composizione degli Alimenti per Studi Epidemiologici in Italia, Istituto Europeo di Oncologia (IEO)


Esami del sangue

Allo sportivo è consigliabile monitorare i livelli di vitamina D attraverso analisi del sangue di routine. Si può anche verificare il proprio livello di vitamina D nel sangue con un esame rapido in farmacia che viene fatto prelevando un goccio di sangue dal proprio dito.


Dosaggio e integrazione

Il dosaggio giornaliero raccomandato di vitamina D dipende dall’età. Negli adulti, tra i 19 e i 70 anni, si consigliano 15 g/600 UI.

Per risolvere una carenza di vitamina D, è possibile utilizzare un integratore a dosaggio più elevato. In tal caso, di solito i medici prescrivono un dosaggio di 2000-4000 UI.

Pur essendo una vitamina liposolubile – e, in quanto tale, a maggior rischio di “tossicità” se assunta in eccesso – un protocollo di supplementazione ragionevole non comporta alcun rischio nei soggetti sani. Solo con dosi superiori di circa 60 volte quelle raccomandate, il rischio è quello di vedere aumentati i livelli di calcio nel sangue.

Per quanto riguarda l’integrazione alimentare, gli integratori di vitamina D3 sono considerati più efficaci rispetto a quelli contenenti vitamina D2, essendo la vitamina D3 fino a 50-100 volte più assimilabile rispetto alla vitamina D2.

Studi recenti hanno comparato la somministrazione in dosi elevate in un’unica assunzione con dosi equivalenti suddivise giornalmente. L’assunzione in dosi più basse e più frequenti permette un assorbimento molto superiore ed è quindi da preferire.

Con la sola alimentazione è difficile raggiungere il fabbisogno giornaliero e, nel caso di bassa esposizione alla luce del sole, la supplementazione diventa necessaria: in caso di carenza è così opportuno integrarla in seguito a consiglio medico.







Prof. Enrico Olivieri

  • 👉Personal Trainer

  • 👉Preparatore Atletico

  • 👉Chinesiologo

  • 👉Esperto di Biomeccanica e Fisiologia del Movimento

  • 👉Ideatore STRIKEFIT.IT

  • 👉Co-Ideatore RUNPIU.IT


 
 
 



Quante Assumerne?

E’ molto importante avere un'idea di quante calorie assumere e quali alimenti scegliere per la colazione.


Quante Calorie dovrebbe fornire la Prima Colazione?

Secondo le linee guida per una sana alimentazione italiana, la colazione dovrebbe fornire circa il 15-20 % delle calorie totali, il pranzo e la cena il 35-40 % ciascuno, mentre il rimanente 10-15 % dovrebbe essere coperto dagli spuntini. L'indicazione calorica non è però sufficiente a definire le caratteristiche di una sana colazione, e va per questo integrata con alcuni semplici consigli sulla scelta degli alimenti.


Quali Alimenti Scegliere per la Colazione?

Normalmente, al risveglio ci troviamo a digiuno da otto o più ore; di conseguenza, la glicemia è bassa. I livelli di cortisolo, al contrario, sono più alti che in qualsiasi altro momento della giornata. Tutto ciò comporta un notevole catabolismo muscolare, dal momento che bassi livelli glicemici ed elevate concentrazioni di cortisolo favoriscono l'utilizzo delle proteine a scopo energetico; purtroppo, meno proteine nei muscoli si traducono in un calo del metabolismo corporeo.

Anche la poco salutare abitudine di saltare la colazione contribuisce ad esaltare ulteriormente l'utilizzo a scopo energetico delle proteine.

È quindi raccomandabile consumare una certa quota di zuccheri semplici durante la colazione, in modo da innalzare la glicemia ed abbassare i livelli di cortisolo. Un succo di frutta, un cucchiaino di miele per dolcificare il caffè, o la marmellata sulle fette biscottate, sono esempi di alimenti ricchi in zuccheri semplici; anche lo yogurt alla frutta contiene solitamente molto zucchero, necessario per contrastare l'acidità dell'alimento.

La seconda raccomandazione è quella di consumare una colazione completa ed equilibrata. Non solo zuccheri semplici, dunque, ma anche una certa quota di grassi, proteine e carboidrati complessi. Così, una banana e qualche mandorla può essere la colazione ideale per chi va di fretta, mentre chi ha un po' più di tempo può consumare un paio di fette di pane integrale con dell'affettato (bresaola, prosciutto crudo, tacchino, ecc.) o "formaggio magro" ed una spremuta (meglio prepararla da sé o mangiare un frutto), oppure del latte parzialmente scremato con del muesli integrale.


La tipica colazione all'italiana, brioche e cappuccino, manca di alimenti freschi ed è povera di proteine, sali minerali e vitamine; inoltre, troppe calorie sono ricavate dai grassi, specie quando ci si affida alle golosità dei bar.



Prof. Enrico Olivieri

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  • 👉Fitness Manager

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Aggiornamento: 25 gen 2022



Reverse diet è il nome di un sistema dietetico concepito per prevenire l'indesiderato e temuto recupero dei chili persi dopo aver intrapreso con successo una dieta ipocalorica dimagrante.

Piuttosto simile al reset metabolico sul piano concettuale, se abbinata ad allenamento specifico e ciclizzazione, anche la reverse diet può consentire di ottenere maggiori risultati nella ricomposizione corporea generale - aumentando la massa magra e garantendo una miglior efficacia delle future strategie di dimagrimento.

In questo articolo entreremo più nel dettaglio, cercando di sviluppare tutti gli aspetti teorici fondamentali della reverse diet, necessari alla comprensione dell'argomento.


Come Funziona

Come funziona la reverse diet?

La reverse diet altro non è che un progressivo e lento incremento delle calorie totali nella dieta, che si applica in seguito ad un periodo di taglio energetico finalizzato al dimagrimento, con l'obbiettivo di diminuire la tendenza al recupero adiposo.

Se associata ad un allenamento per lo sviluppo di forza, la reverse diet permette di recuperare la massa muscolare persa nella fase di dimagrimento e, quando abbinata ai crismi del reset metabolico, anche di crearne di nuova.

Inoltre, "rieducando" così l'organismo nella gestione di maggiori livelli energetici, esso risponderà molto più brillantemente ai tagli calorici successivi, facilitando l'ulteriore riduzione della massa grassa.

Partendo dalla fase ipocalorica, l'applicazione di reverse diet prevede aumenti periodici, più o meno distanziati (7-10 giorni) tra loro, di circa il 3% sulle calorie totali; questi dovrebbero essere composti soprattutto da carboidrati.

La distanza tra i vari step non è "fissa"; l'importante è che la body fat non aumenti oltre l'1% ad ogni incremento.

Non esiste nemmeno un limite massimo di applicazione. L'incremento può oltrepassare tranquillamente il precedente limite normocalorico; anzi, è un ottimo sistema per passare da una fase di taglio ad una di massa come avviene nel reset metabolico.

Al di là dei risultati estetici, una reverse diet ben riuscita aumenta la tolleranza a maggiori livelli energetici, spostando in avanti il "set point" fisiologico.

È tuttavia importante ricordare che:

  • un accumulo adiposo eccessivo renderà più lunga e difficile la successiva fase di "cutting";

  • l'eccesso calorico cronico ed un accumulo adiposo consistente possono ridurre la sensibilità insulinica (necessaria sia per dimagrire che per aumentare di massa muscolare).

Cosa avviene durante la reverse diet?

Il meccanismo che dovrebbe spiegare gli effetti della reverse diet non è chiaro. Possiamo dunque fare solo delle semplici ipotesi a riguardo.

Secondo alcuni, aumentare progressivamente le calorie determinerebbe un aumento del metabolismo basale. Questo tuttavia non può avvenire.

Ciò che verosimilmente potrebbe accadere è una "riduzione" dell'efficienza di liposintesi e di deposito, probabilmente dovuta a lievi ma progressivi adattamenti ormonali e metabolici che, da un lato privilegiano l'azione compartimentale dell'insulina sulla massa magra, dall'altro (forse) promuovono la dispersione sotto forma di calore dell'energia in eccesso.


Reset Metabolico

Cosa si intende per reset metabolico?

Il concetto di reset metabolico è affine a quello di reset diet, ma viene applicato esclusivamente in associazione all'allenamento, con finalità di aumento della massa muscolare e per massimizzare il dimagrimento successivo.

L'obbiettivo del reset metabolico è quello di raggiungere la massima quantità di glucidi che l'organismo può gestire in maniera vantaggiosa per la massa muscolare.

Rispetto alla reverse diet, che nasce per conservare al meglio i risultati ottenuti durante la dieta, il reset metabolico sembra dunque più specifico per l'aumento della massa muscolare nei bodybuilder e negli sportivi; oppure per ottimizzare i risultati di una futura dieta ipocalorica dimagrante.

Partendo da una base ipocalorica, il reset metabolico richiede:

  • un progressivo aumento dei carboidrati alimentari (approssimativamente 20-25 g per volta) a step settimanali o di dieci giorni, fino a oltrepassare il TDEE precedente;

  • un parallelo incremento dei parametri allenanti, per facilitare la gestione del surplus energetico.

La durata non è standard; varia a seconda del caso ma difficilmente dura meno di 10 settimane.

Va interrotto appena l'aumento di peso tende a sbilanciarsi sulla Fat Mass, momento in cui si instaurerà nuovamente la dieta ipocalorica dimagrante (per circa un mese, un mese e mezzo) - con l'obbiettivo principale di ripristinare la sensibilità insulinica.

Nota: rispetto alla revers diet, il reset metabolico ha senso solo se proseguito oltre la soglia normocalorica.

Ovviamente, tale metodo può essere applicato solo su soggetti metabolicamente sani e, al contrario, va evitato negli insulino-resistenti (o in qualunque forma di alterazione patologica nel metabolismo glucidico).


Come Applicarla

Come applicare la reverse diet?

Supponiamo che il soggetto in questione abbia un trascorso di diete dimagranti che hanno avuto un discreto successo, ma al termine delle quali è sempre conseguito il recupero dei chili persi in breve tempo.

Iniziamo col dire che qualsiasi strategia nutrizionale necessita di un presupposto basilare: conoscere il proprio fabbisogno calorico giornaliero (Total Daily Energy Expenditure o TDEE).

Il TDEE è costituito dalla somma di diversi fattori: metabolismo basale, attività dinamica specifica degli alimenti, attività fisica non sportiva, attività sportiva ecc.

A questo, dovremo togliere una quantità di calorie pari equivalente al 10% per ogni chilo che vorremmo perdere nelle 4 settimane a venire.

Calcoleremo poi la ripartizione nutrizionale dei macronutrienti energetici, senza dimenticare che:

  • in fase di taglio calorico aumenta il fabbisogno proteico;

  • la quantità di lipidi può essere mantenuta nei pressi del limite minimo di equilibrio nutrizionale;

  • il resto dell'energia può essere costituito da carboidrati;

  • è indispensabile garantire l'apporto di fibre, acqua, minerali e vitamine.

Sulla base di questi valori, costruiremo un menù da protrarre fino al dimagrimento desiderato.

Giunti all'obbiettivo, daremo il via alla nostra reverse diet.

Ogni settimana incrementeremo del 3% (stimato sulla dieta ipocalorica in corso) l'apporto calorico giornaliero, aumentando sostanzialmente i carboidrati, se necessario, in misura controllata anche i grassi (il calcolo è piuttosto complesso).

Non dimentichiamo di ridurre al tempo stesso le proteine. Queste, essendo state aumentate nella dieta ipocalorica, dovranno progressivamente rientrare nella norma (il coefficiente dipende soprattutto dal livello e dal tipo di attività fisica).

Fortunatamente 1 grammo di proteine apporta più o meno le stesse calorie di 1 grammo di carboidrati. Il che permette di "rimpiazzarle" qualche grammo per volta - oltre, ovviamente, al già menzionato incremento dei carboidrati.

Giunti al "presunto" set point, ovvero al fabbisogno normocalorico stimato prima della dieta dimagrante, si osserveranno i cambiamenti nella composizione corporea e nel peso. Se quest'ultimo continuasse a scendere, o se aumentasse solo la massa magra, si potrebbe continuare ad aumentare i carbo fino al punto critico (aumento della body fat).

A questo punto, per molti potrebbe essere conveniente proseguire lo schema rispettando i crismi del reset metabolico (continuando ad aumentare i carbo e il carico allenante fino ad una ragionevole sostenibilità, per poi instaurare un ulteriore taglio calorico).



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